Celebriamo la Messa esequiale per Severino in questo luogo che ha scelto lui personalmente per il suo funerale, come mi ha detto qualche giorno fa quando andai a visitarlo: “Se mi succedesse qualcosa – mi confidò – ho detto a mia moglie che vorrei il funerale in chiesa parrocchiale”. La celebriamo da cristiani, con la certezza cioè che la morte – pur nella sua drammaticità – ci è addirittura “sorella”, come la chiamava S. Francesco, ossia non nemica, o meglio non più nemica da quando Cristo l’ha vissuta togliendole quindi tutto il veleno, annientandola, come ci dice l’apostolo Paolo.
Così se il dolore non può essere misconosciuto noi tuttavia guardiamo al nostro morire come la premessa della risurrezione e della vita beata. Se non si muore, non si risorge e se non si risorge noi restiamo incompiuti.
1. L’esperienza più dolorosa, più amara direi, di quanti hanno salutato una persona cara sta nella sensazione di “separazione”. Sì, la morte ci separa gli uni dagli altri. Noi la percepiamo così: non vediamo più il volto della persona amata, non ne udiamo più la voce, non condividiamo più il tempo. Ma su questa sensazione risuona la Parola che abbiamo appena ascoltato, Parola che è rivelazione, non cioè un semplice concetto, quanto piuttosto la verità di Dio che benevolmente ci viene comunicata. Sulla nostra sensazione di separazione risuona dunque questa Parola che riassume dapprima – intercettandola – la nostra domanda: “Chi ci separerà?” E risuona poi come risposta: “né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.
Il nostro guaio, per esprimerci così, è che noi abbiamo un’unica esperienza, che è quella della nostra vita nel mondo, e pretendiamo che ogni cosa sia misurata su questa unica esperienza. Essa ci restituisce il fatto che la morte si separa dalla persona amata e così noi pensiamo che questa sia la verità. Ma chi ti dice che questa sia la verità? Non è forse presunzione ritenere che questa unica esperienza esaurisca la verità? La fede, che non contraddice la ragione ma allarga i paletti della sua tenda, ci rivela che la verità, senza rinnegare la nostra esperienza, è molto più ampia. Per cui, sulla base di questa Parola noi possiamo dire che non siamo per nulla separati perché in Cristo tutti ci ritroviamo: chi sta di qua e chi sta al di là dalla porta stretta del morire. Noi oggi, superando la nostra esperienza, sappiamo che Severino e tutti coloro che amiamo sono con noi perché sono con Gesù risorto. Bisogna solo avere la pazienza di aspettare un po’ di anni perché questa verità appaia nella sua chiarezza, affinché questo velo che è apparenza cada e la verità splenda ai nostri occhi.
2. Perché possiamo essere sicuri di questo? Ancora per la Parola che abbiamo ascoltato, questa volta nel Vangelo. E’ il brano che per intero abbiamo meditato nella quinta domenica di quaresima. Il dialogo tra Marta e Gesù racchiude una altissima rivelazione. Intanto Marta – e poi Maria sua sorella – in certo qual modo “rimproverano” Gesù: “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”. E così intercettano i nostri rimproveri al Signore manifesti o meno di fronte alla morte di qualcuno che amiamo. Gesù risponde a Marta: “Tuo fratello risorgerà”, al che lei ribatte: “So che risorgerà nell’ultimo giorno”. Marta esprime cioè un vaga idea di risurrezione, un po’ simile a quella che ci capita a volte di sentire anche da parte di alcuni che non hanno una fede formata, quando salutano i loro morti, magari al termine delle esequie, dicendo, per esempio: “Ovunque tu sia, buon viaggio” o cose di questo genere. Gesù però di fronte a questa uscita di Marta ribatte: “Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore vivrà. E chiunque vive e crede in me non morirà in eterno”. Che cosa sta dicendo Gesù a Marta e quindi a tutti noi che leggiamo il Vangelo? Ci sta dicendo che la risurrezione non è un’idea, perché la risurrezione è lui, la sua persona. La risurrezione allora – che non è certo la rianimazione di in cadavere alla vita di prima – significa essere in lui. Chi è in lui è già nella risurrezione. Severino è già nella risurrezione perché è in Gesù. Gesù lo ha tirato dentro di sé, possiamo dire, il giorno del battesimo, ha alimentato in lui questa vita risorta con il sacramento dell’Eucaristia che spesso riceveva con fede e amore, lo ha unto con il suo olio di salvezza attraverso la santa unzione dei malati. La risurrezione non è un’idea: ha la concretezza della persona di Gesù, che è il risorto. Questa unione sacramentale è più forte di ogni appartenenza morale. Dire che Gesù è la risurrezione e la vita significa che Gesù ci dice: “Voi siete mie membra, voi site il mio corpo, in voi scorre la mia vita”. Anche se muore – cioè muore biologicamente – vivrà! Infatti nessuno di noi è riducibile alla vita biologica. A causa di quella, Severino ad un certo momento non ce l’ha fatta più. Ma poiché è inserito in Cristo, risurrezione e vita, Severino è vivo nel mondo di Dio, dove un giorno anche noi lo raggiungeremo.
Ecco dunque: la separatezza è superata e la morte è assorbita nel corpo di Cristo risorto.
3. Vive ora in Gesù un uomo buono, franco, leale, sollecito del bene comune, come l’attestazione commossa e pressoché unanime della nostra città gli ha riconosciuto. Nella famiglia, nel lavoro, nella parrocchia, nella politica, nel volontariato si è rivelato lo spessore umano di Severino. Si è rivelata ciò che chiamiamo propriamente la carità. Essa assume varie forme: c’è l’amore sponsale, l’amore paterno, l’amore per il bene comune che si incarna in una politica buona, la quale non si perde d’animo né si ripiega su se stessa neppure quando vien chiesto un passo indietro; c’è l’amore per la comunità cristiana, che si manifesta nella disponibilità al servizio umile e disinteressato; c’è l’amore per le fragilità, che si incarna nel servizio di volontariato e nelle varie associazioni. Quante sfaccettature possiede la carità! Essa – come dice la Scrittura – non avrà mai fine. E quante sfaccettature ha avuto la vita di Severino! Ma il comune denominatore è stato la carità.
Faremmo un torto a Severino se in questa circostanza ci limitassimo a tesserne gli elogi. La sua testimonianza sollecita tutti noi a raccogliere la sua eredità sia dentro le istituzioni cittadine, le associazioni e le realtà laiche in senso lato; sia dentro la comunità cristiana. Uno dei problemi che avvertiamo a tutti i livelli è proprio il venir meno della disponibilità disinteressata, al volontariato nelle sue varie gamme. Sarebbe bello e anche opportuno che salutando Severino sorgessero persone che ispirandosi anche al suo esempio si prendano a cuore ciò che lui si era preso a cuore. Credo ne sarebbe contento.
Ora gli diciamo il nostro grazie commosso e sincero, per tutto quanto ha fatto per la città e la comunità pastorale, e anche per la dignità con cui ha vissuto la malattia che rapidamente lo ha condotto al congedo da noi. Sappiamo che egli è solo andato avanti. Avremo ancora la gioia di godere della sua compagnia.
Adesso celebriamo l’Eucaristia in suo suffragio: il sacrificio di Gesù lo purifichi, se c’è ancora qualcosa da purificare, perché risplenda, come dice la Scrittura, come sole nel Regno del Padre.


